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lunedì 1 agosto 2011

"OSPITADAS". Claudia Satta: Conoscere è la vera integrazione

E oggi, in Italia, è il primo giorno di Ramadhan.
I telegiornali passeranno la notizia, probabilmente non approfondendone realmente il significato, ma ci saranno diversi programmi (più dell'anno scorso) che cercheranno di darne una spiegazione religiosa, tecnica, laica o di fede, io vorrei dare la mia.

 Ho fatto Ramadhan, per ben due volte.
Mio marito è musulmano e non potevo condividere con lui ogni cosa della nostra vita senza capire anche cosa provasse in questo lungo mese di digiuno.

Ricevo mille "ma ti sei convertita?" ogni volta che cerco di spiegare l'islam in tutte le sue facce belle e brutte, perchè sì ne ha di brutte, ma ne ha davvero di belle.
Il Ramadhan è una di quelle.

Io vorrei contribuire a farlo conoscere a chi ha l'attenzione di leggere e di ascoltare.
Anzitutto di cosa si tratta: si digiuna dall'alba al tramonto, e per digiuno è inteso completo: liquidi, cibo, vizi.
Quindi niente acqua, caffè, latte, né pane, pasta e qualsivoglia alimento! E poi niente sigarette, né sesso.
Al tramonto si può riprendere la vita normale. Ed ecco qui il primo mito da sfatare.
Non ci si abbuffa come matti una volta arrivati al tramonto! :) è impossibile farlo, perché lo stomaco si rimpicciolisce giorno dopo giorno e si sente sempre meno il morso della fame. Mangiare troppo farebbe solo del male.

Il senso del Ramadhan non è un sacrificio, non è una punizione, né un'espiazione dei propri peccati, il senso del Ramadhan è la famiglia, è la condivisione, la solidarietà.
Quando passi tutto il giorno senza mangiare, quando non bevi un sorso d'acqua anche se ci sono 40 gradi all'ombra, ti senti stanco, affaticato, affamato, soprattutto affamato, ma sai che alla sera, qualcosa da mangiare lo avrai, sai che alla sera torni a casa dalla tua famiglia, in compagnia di chi ti vuole bene in qualche modo, e che sta condividendo con te le difficoltà di un giorno pesante e lungo... molto lungo... ma pensi anche a chi non avrà tutto questo... a chi mangerà da solo, perché non ha nessuno vicino, a chi non tornerà a casa perché ancora deve lavorare tutta la notte, a chi proprio non mangerà, perché non ha di che mangiare... e sai che per queste persone non finisce il digiuno una volta passato il mese di Ramadhan, per loro la vita è questa e solo questa.

E allora rifletti.
Rifletti sulle tue fortune, rifletti sulle tue disgrazie.
E vedi che le tue disgrazie non sono poi tali, perché hai delle fortune.
Capisci che qualunque siano i problemi che la vita ti metterà davanti, qualunque siano le difficoltà che dovrai affrontare, hai il dono di un porto sicuro, hai la certezza di un rifugio.
E al pensare a chi non lo ha non è che ti senti più fortunato (cosa che sarebbe estremamente egoista e poco utile all'umanità) ma senti il desiderio di essere quel "dono" per loro.
Nel mondo arabo, ora, la sera tutte le porte sono aperte, all'ora di cena se qualcuno passa e non ha di che mangiare, si siede alla prima tavola che trova e mangia. 
Anche se è troppo lontano da casa per arrivare in tempo al suono del Magrheb. Si ferma e mangia con la famiglia del momento.
Tutti ora, possono essere la famiglia del momento.

Anche noi nelle nostre tradizioni filo cristiane abbiamo il momento della famiglia, abbiamo il Natale, abbiamo le domeniche, per quanto si possa anche dire che si stiano perdendo, non hanno comunque lo stesso senso del Ramadhan. 
Si tratta di un qualcosa di più intimo, di più viscerale, ti tocca dentro non solo con la solidarietà e carità, ma ti prende allo stomaco, metaforicamente parlando e no.

Esistono certo delle persone che fanno Ramadhan giusto per fare, esistono quelle che lo fanno tenendo il rancore di chissà quali sfregi e offese ricevute, esistono anche le persone che fanno Ramadhan e poi si fanno esplodere in nome di una religione semi inventata, ma quelle persone, non è che abbiano proprio capito il senso di quello che stanno facendo... tanto quanto chi va la domenica in Chiesa e parla male della vicina di banco tutta la messa, o dei preti che portano in sagrestia i chierichetti con ben poche buone intenzioni, tanto quanto chi dice di essere cristiano e "non tollera" i musulmani.
Questi non sono i modi né dei veri musulmani, né dei veri cristiani.

Io, nel mio piccolo, da cristiana, da musulmana, oggi voglio fare Ramadhan con voi, voglio fare del mio Ramadhan un qualcosa di utile e darvi testimonianza di un mondo così diverso dal nostro, ma così vicino.

Sarete più gentili.
Magari in spiaggia, al prossimo "vu cumprà" che passa, digiuno da acqua e cibo, che vi stressa per fare due soldi, lo guarderete in modo diverso, saprete leggere nei suoi occhi una parte di se che vi era sconosciuta.
Magari i fazzoletti al parcheggiatore abusivo, questa volta glieli comprerete e non gli augurerete di ficcarli in chissà quale posto sconosciuto al sole.

Oppure li invidierete.
Invidierete la loro capacità di essere coerenti, di fare in prima persona i sacrifici che servono alla vita, di avere la forza di continuare a vivere lontani da casa, da quel porto sicuro per pochi soldi, e per alcuni neanche per quelli.
Invidierete questo grande insegnamento che porta l'islam e che renderà uniti per sempre popoli e famiglie.
Invidierete quella strana capacità di saper sempre sorridere dietro quei faccioni scuri.

In ogni caso spero solo che siate più capaci di capire le vostre fortune, di vedere oltre le vostre lamentele e di trovare la forza di tirare avanti sino al tramonto, perché al tramonto avrete sempre qualcuno ad aspettarvi  a casa.



venerdì 22 luglio 2011

Unità e solidarietà? Parole sprecate!

Scusate il ritardo, ma l’aria dell’estate sarda mi fa venire voglia di altre cose che stare a scrivere le mie riflessioni su argomenti seri.
Detto questo, ho sempre provato interesse e curiosità nei confronti delle altre culture, degli usi e costumi, delle altre realtà anche molto diverse dalla nostra. Non avendo mai avuto un lavoro che mi permettesse di viaggiare e avendo una fottuta paura dell’aereo (che mi riprometto sempre di superare), non ho viaggiato fuori e quindi mi ritrovo sempre a chiedere direttamente alle persone provenienti da cultura differente quelli che sono gli elementi che la compongono. In questi giorni sto lavorando con un ragazzo musulmano del Marocco, tra le altre cose laureato. Gli ho chiesto di parlarmi del Ramadan di cui conoscevo a grandi linee il significato spirituale. Mi ha fatto conoscere un altro aspetto di questo mese di digiuno diurno che mi ha entusiasmato ed impressionato positivamente: “il Ramadan ti fa sentire la fame e la sete, ti fa sentire come chi non ha veramente nulla da bere e da mangiare, ti aiuta a capire come stanno quelle persone e di conseguenza ti educa ad essere solidale verso chi ha meno o molto meno di te”. Pur essendo io contro le religioni, come potrei giudicare negativa una interpretazione del genere di un’usanza religiosa? Non potrei, per come sono fatto io.
Mi ha spiegato inoltre l’educazione generale alla solidarietà ed all’unità, ad esempio:  in occasione di una qualsiasi morte, si recano dalla famiglia del defunto ad offrire aiuto economico e fisico, nel senso che possono fare i lavori di casa, preparare il pranzo etc. Oppure quando sta passando la macchina con il defunto all’interno tutti si fermano e si voltano a guardare il mezzo in segno di saluto e rispetto all’anima che parte. Sono cose che mi piacciono molto e che mi entusiasmano, debbo dire.
Dopo queste considerazioni, una riflessione che ci riguarda: che serva anche a noi sardi una sorta di Ramadan per riuscire ad essere solidali tra noi e per coltivare l’unità nazionale, minata da divisioni inutili ed improduttive anche tra paesi vicini? Certe persone si vantano dell’unità del popolo sardo, forse miopi o forse speranzosi, o forse ancora creduloni. Non basta una folla di 30.000 persone (su 1.600.000 circa), disperate o vicine alla disperazione che vanno a protestare sotto il palazzo della Regione per poter dichiarare che i sardi sono uniti. Non lo siamo affatto, ognuno si occupa del proprio orticello ed anche nelle emergenze ognuno è trascinato da interesse personale. Ricordatevi che siamo un popolo e siamo una Nazione, se non ne siete convinti andate a cercarvi le definizioni di “popolo” e di “Nazione”. Mi chiedo quindi come possa essere così disunito un popolo di 4 gatti che, ripeto, a volte riesce a scannarsi anche tra paeselli vicini ed a scatenare battaglie tra poveri in mezzo ad una guerra tra poveri.
Per quanto mi riguarda cerco sempre di fare tutto ciò che è possibile per aiutare un fratello sardo in difficoltà, per quanto mi riguarda non mi interessa guadagnarci nulla in una battaglia verso i poteri forti e verso i loro soprusi.
Mi sento di dire basta alle recriminazioni nei confronti dell’Italia, quello che attualmente è lo Stato di cui facciamo parte, la colpa è solo nostra. Un popolo senza unità nazionale, una nazione che non riesce a sentirsi tale ed a sviluppare una sorta di identità sono un popolo ed una nazione senza futuro. Prima cambiamo radicalmente questo menefreghismo e questo egoismo, prima potremo pensare ad uno Stato nostro indipendente, responsabile e coraggioso, pronto a lavorare con l’Italia su binari differenti e ad aprirsi all’Europa e al mondo tutto.
Unità e solidarietà, che belle parole. Sprecate.