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martedì 10 luglio 2012

Articolo 9: una reinterpretazione così semplice quanto disarmante

Questo è il contributo che ho voluto dare al Fiocco Verde, insieme a tutti i cittadini di Decimoputzu che hanno firmato per la proposta di legge.


Ricordo ancora quando lessi la prima volta l’iniziativa del Comitato Fiocco Verde.
L’iniziativa mi parve buonissima ed ambiziosa da subito, tanto che andai a leggermi gli articoli 8 e 9 del nostro Statuto Autonomo per  approfondire il discorso. Avevo sempre sentito parlare di questo credito di miliardi di Euro che la Regione Sardegna vantava nei confronti dello  Stato italiano, chiedendomi e scrivendo spesso di come avremmo potuto utilizzare tutti quei soldi e di cosa sarebbe stato il nostro territorio se quei soldi non avessero preso la strada del non ritorno, come invece è successo.

Non mi ero mai chiesto, invece, come avremmo potuto fare per evitare che a quei miliardi se ne aggiungessero altri ed altri ancora. Cioè, dove avevamo sbagliato? E come andare a correggere il tiro, vista l’importanza fondamentale di utilizzare in Sardegna la maggior parte dei soldi prodotti dai sardi, soldi prodotti col proprio lavoro, con il proprio sudore, con i propri sacrifici, ma anche parte dei propri sogni, delle proprie ambizioni e delle proprie responsabilità.

Ecco la soluzione: Agenzia sarda delle Entrate. La reinterpretazione dell’articolo 9 in questi termini (ora che lo conosco) è così semplice quanto disarmante. Viene subito da chiedersi come mai in tutti questi anni le giunte regionali nostrane che si sono succedute non abbiano provveduto a fare nulla.
Per questo appena ho potuto mi sono incaricato personalmente di raccogliere le firme nel mio piccolo paese, Decimoputzu. E, permettetemelo, sono orgoglioso che anche Decimoputzu abbia voluto dare la sua risposta a questa problematica.

Perché anche i cittadini del mio piccolo paese hanno capito l’importanza fondamentale della sovranità tributaria, primo passo verso spazi di sovranità sempre più vasti, verso una Sardegna  marchiata sempre più Sardegna. Ed allora hanno firmato, consapevoli e consenzienti di quel piccolo mattone che stavano andando a posare su questa grande casa, la casa di tutti i sardi, la prima casa di un villaggio che diverrà, mano a mano, sempre più grande, sempre più moderna.

Hanno firmato perché hanno capito come il mancato rientro dei nostri si è ripercosso e come si ripercorrerebbe ancora nei piccoli gesti di ogni giorno, dal camminare in un marciapiede rotto o rompere gomme e ammortizzatori in una strada dissestata sino a viaggiare in treni vecchi di 40 o 50 anni, senza aria condizionata.

Hanno firmato per una Sardegna con sempre più sovranità, con più responsabilità, con più compiti.
Per il primo passo verso una Sardegna protagonista nel mondo, con i propri sogni, con le proprie speranze, con le proprie forze, con i propri cittadini.

Grazie sardi , grazie Fiocco Verde.

http://fioccoverde.net/fiocco-verde/contributi/articolo-9-una-reinterpretazione-cosi-semplice-quanto-disarmante/




sabato 19 maggio 2012

Qui o si fa l’indipendentismo o si muore!

Ebbene sì, le elezioni regionali sono oramai alle porte. Saranno al più tardi tra due anni, appunto per questo sono alle porte. E lo dimostrano gli ultimi fatti come i referendum che hanno chiamato “anti-casta”, come la mozione in Consiglio di un po’ di tempo fa con la quale ci si chiedeva se a noi sardi conviene la permanenza nello Stato italiano e lo dimostra la messa in mora dello stesso Stato da parte del Governatore che non governa, il Ragionier Cappellazzi Ugo.


Quando sento dire da persone che reputo intelligenti che “l’unico che adesso sta facendo qualcosa, che adesso sta parlando per abolire i costi della politica è Cappellacci”, mi si rizzano tutti i peli. Pensare che ci sia ancora chi crede in personaggi del genere che nell’arco di tre anni non hanno fatto altro che peggiorare le cose mi infastidisce proprio.

Per questo mi piace sottolineare che questa gente qui, tutta questa gente, da destra a sinistra passando per il centro, da su a giù, vuole rifarsi una verginità e cerca di ricostruire la propria credibilità politica. Una credibilità che verrebbe abbattuta totalmente se solo si riflettesse sulla storia sarda degli ultimi sessant’anni, senza andare troppo lontano.

Non è un caso che tutti stiano ora cavalcando il nuovo “vento sovranista”, in cui ci sono cose che gli indipendentisti dicono da almeno 30 anni, dalle servitù militari alla vertenza entrate, dal fallimentare piano di rinascita sino ad arrivare ai giorni nostri, al braccio armato dello Stato, Equitalia. Sentir parlare di “Nazione Sarda”, di “Popolo Sardo”, di rispetto dei diritti dei sardi e di altre cose del genere va ad offendere l’intelligenza di qualsiasi individuo si renda conto dei disastri combinati da questa gente. Per dirne una: gli indipendentisti nel 2004 chiesero conto all’allora Governatore Renato Soru  (anche detto “l’eroe sardo”) dell’ammanco di  10 miliardi di tributi nelle casse della Regione Sardegna. Soldi dei nostri tributi che sarebbero dovuti tornare dallo Stato italiano, secondo l’art. 8 del nostro Statuto (legge del medesimo Stato). Bene, l’eroe nazionale Renatino nostro si prende in carico questo fatto qui, va dall’allora Governo “amico” Prodi e BARATTA i nostri soldi ottenendone la metà. Bene, bravo, ha BARATTATO metà dei nostri soldi ma almeno ha ottenuto qualcosa. Ha addirittura riscritto l’art. 8 che ci attribuisce ancora maggiori “rimborsi” dei nostri tributi. Peccato che lo stesso accordo prevedeva che noi ci accollassimo anche le spese di Sanità e Trasporti, tra le spese più alte in Sardegna. E peccato che quell’accordo sia stato disatteso dallo Stato italiano e che quei soldi, già messi a bilancio, siano venuti a mancare ancora. Doppia beffa, quindi. Non solo non ci restituiscono i soldi, ma abbiamo anche spese in più. Nel frattempo cambia il Governatore e subentra il Ragionier Cappellazzi Ugo che in qualche modo doveva riempire quell’ammanco di bilancio. Ma lui essendo un commercialista escogita la genialata: ricorre ai mutui! Mica scemo, eh? Quindi tripla beffa: soldi che non ci restituiscono, spese in più attribuiteci e il pagamento degli interessi su quei mutui! Chiusa parentesi.

I risultati non definitivi dello studio condotto dalle Università di Cagliari e di Edimburgo ci dicono chiaramente che il 40% dei sardi vorrebbe la Sardegna indipendente  e che un altro 48% vorrebbe maggior sovranità della Sardegna (http://www.facebook.com/photo.php?fbid=387097274669113&set=a.353111471401027.84083.100001065325934&type=3&theater).  Ed è uno studio fatto tramite un questionario compilato da più di 6.000 persone, quindi mi sa proprio che è attendibile.

Ci sono dei movimenti  indipendentisti che oggi cercano le alleanze del domani. Io vorrei proporre solo una cosa, come dico da tempo: iniziamo ad incontrarci, a sederci assieme, a discutere. Portiamo avanti la Carta di Convergenza indipendentista che ha già dietro il lavoro di un anno, prendiamola come punto di inizio per la costruzione di una Domu Soberanista in cui trovino accoglienza tutti quei sardi che hanno bisogno di vedere la loro terra più sovrana, più responsabile, che possa gioire dei propri successi e riflettere sulle proprie sconfitte.  Apriamo anche ai movimenti fortemente sovranisti, non facciamo l’errore di sempre, quello di pensare che solo noi siamo i salvatori della Sardegna e solo noi vogliamo il bene della Sardegna. E ricordiamoci anche un'altra cosa, che sorprendendo tutti (me compreso) il movimento promotore del referendum sull’indipendenza ha raccolto più di 27.000 firme. 27.000 sardi che hanno firmato per essere indipendenti domani.
Sediamoci tutti insieme ad un tavolo, apriamo all’associazionismo, al popolo, a tutti quelli che vogliano veramente fare qualcosa per una Sardegna sovrana. Scriviamo queste basi ed organizziamo feste, incontri, dibattiti, proiezioni di documentari, quello che volete. L’importante è cogliere ogni occasione buona per sensibilizzare la gente su quanto sia importante prima di tutto una Sardegna più sovrana. Senza voler forzare nessuno, senza pensare che se qualcuno non è d’accordo è solo perché non capisce nulla o non è abbastanza sardo, rispettando naturalmente il sentimento di chi si sente italiano. Perché io, a dispetto di tutto, sui sardi sono fiducioso. E credo proprio che l’appetito di indipendenza gli verrà mangiando sovranità. Volete vedere che saremo noi allora a dire NO ai partiti italiani a cui sentir parlare della sovranità della Sardegna provoca lo stesso effetto di un'irritazione cutanea?

Muoviamoci, che al più tardi le elezioni saranno tra due anni e i sardi non hanno voglia di aspettare ancora o di farsi imbambolare da promesse che sanno già essere false. Proponiamoci noi come alternativa protagonista e credibile. Con fiducia, con coraggio, con responsabilità, con allegria e con entusiasmo.

Perché qui o si fa l’indipendentismo o si muore.

De Deximeputzu,  Regioni de Casteddu, Sardigna

Restiamo Sardi.


mercoledì 8 febbraio 2012

Siamo tutti soci di ALCOA, pretendiamo lavoro pulito e terra limpia

Tanto per cominciare specifico sin da subito ancora una volta che io sto con gli operai che lottano per il loro posto di lavoro. E questo sempre. Perché da disoccupato quale sono capisco in parte la situazione, anche se non ho famiglia e figli. Per il semplice fatto che ad oggi io e molti miei coetanei una famiglia e dei figli non li possiamo nemmeno immaginare. Meno responsabilità, è vero, ma anche meno sogni ad occhi aperti. La disoccupazione, come la cassintegrazione o la mobilità toglie la possibilità di pianificare un futuro e fa vivere quindi male il presente. Spero sia chiaro sin dalle prime righe che quello che scrivo non è contro chi soffre, ma serve per dare un minimo contributo alla comprensione della vicenda contorta di ALCOA e, di conseguenza, del polo industriale di Portovesme.

Partiamo da un po’ di storia.

All’inizio degli anni ‘90 la multinazionale ALCOA preleva, dopo una ristrutturazione e la privatizzazione, gli  stabilimenti dell’Alumix, produttore italiano statale di alluminio. Gli stabilimenti si trovano uno a Portovesme  e uno a Fusina (Veneto). In questa operazione i punti fondamentali sono il D.M del 19 dicembre 1995, con cui si determinavano le agevolazioni energetiche alla multinazionale  e la seguente “decisione Alumix” del 4 Dicembre 1996, cioè la decisione con cui si permetteva all’Enel (allora ancora Ente pubblico) di applicare l’agevolazione senza che questo fosse considerato “aiuto di Stato”.  Punto fondamentale poiché l’acquisto degli impianti da parte di ALCOA era subordinato al fatto d’avere tariffe molto più basse, visto l’elevato consumo d’energia per il funzionamento di quegli impianti. Queste agevolazioni furono accordate sino al 2005, dopodiché il trattamento riservato ad ALCOA sarebbe stato uguale a quello degli altri utenti.
Dal 2000 però cambia qualcosa: lo Stato decide di inserire la cosiddetta ” tariffa Alumix”  tra gli oneri generali del sistema elettrico, facendo mutare così il metodo di finanziamento dello sconto. ALCOA infatti pagava sì nominalmente il prezzo normale, ma le veniva effettuato lo sconto diretto in bolletta. Questo sconto, e qui arriva il bello, veniva pagato da tutti noi in bolletta, tramite un onere che rientrava nella componente A4 (costi per il finanziamento dei regimi tariffari speciali). Dal 2004 è cambiato il sistema, nel senso che ALCOA pagava il totale dell’energia e veniva poi rimborsata dalla Cassa Conguaglio, a cui Enel versava quanto incassava dalla componente A4, ma sostanzialmente la multinazionale pagava quanto previsto dagli accordi precedenti, sempre a spese nostre. Con un decreto del 2004 poi si prorogano gli sconti per altri due anni rispetto al primo accordo, quindi fino al 2007. E così via, sino all’ultima proroga che io chiamo “accordo Lexotan” poiché è un accordo che ha solo rimandato il problema senza risolverlo, e che avrebbe dovuto permettere ad ALCOA di lavorare fino a tutto il 2012. E invece ALCOA va via 6 mesi prima, e questo lo sapevano tutti. E se non lo sapevano il tutto è ancora più grave, forse.

Perché è del  2009 l’accordo con la società mineraria saudita Ma’aden per sviluppare i nuovi impianti nella nuova zona industriale di Raz Az Zawr in Arabia Saudita con un investimento di più di 10 miliardi di dollari. La zona permette minori costi di energia pulita, migliori infrastrutture e minori costi di estrazione-trasporto, visto che la bauxite sarà estratta al nord del Paese e trasportata al luogo di lavorazione tramite ferrovia.

Quindi i casi sono due: o la classe politica sapeva ed ha taciuto o la classe politica non sapeva e basta.
In qualsiasi caso si rivelerebbero incapaci: nel primo caso per aver taciuto e non essersi presi l’onere di elaborare un progetto alternativo; nel secondo caso perché con quello che costano devono essere per forza informati su queste vicende e prendere tutti i provvedimenti del caso.


E ALCOA? Non sono la persona più adatta per fare i conti, ma si vocifera che nella sua permanenza qui, con le agevolazioni energetiche, abbia risparmiato circa 2 miliardi di Euro, quindi più di 1/5 del totale investimento che sosterrà in Arabia Saudita.  E quei soldi sono stati pagati da noi tutti. Senza considerare che c’è chi dice che il padre, per agevolare la propria assunzione, abbia lasciato all’azienda l’intera liquidazione, una volta andato in pensione.  Diciamo che qualcosa ALCOA ce la deve, visto che si può dire che possediamo più del 20% di quote del nuovo impianto arabo!


 A parte il sarcasmo, ALCOA decanta la sua sostenibilità in tutto il mondo. Ma questa sostenibilità non è data dal fatto che non inquina, bensì dal fatto che inquina, ma che pulisce quando va via dai siti. L’ha fatto anche da altre parti. Si legge in un articolo di Lilli Pruna che “Alcoa ha provveduto a bonificare diversi siti in cui erano insediati i suoi impianti. I piani di bonifica sono stati definiti in collaborazione con lo Stato Federale e le municipalità locali, come nel caso dello “sforzo cooperativo di successo”, celebrato pubblicamente nel 2007 da Alcoa, per ripulire e ripristinare il Comfort Point/Lavaca Bay, a metà strada tra Houston e Corpus Christi, in Texas. Questo sito presentava una contaminazione da mercurio rilasciato dallo stabilimento di produzione Point Alcoa Inc.'s Comfort alla fine degli anni ‘60, che ha causato gravi danni ambientali e la chiusura della pesca in una porzione della baia. Alcoa ha speso circa 110 milioni di dollari per una serie di progetti nella baia e intorno ad essa, durati 15 anni, per ripulire e ripristinare le condizioni ambientali. L’impegno del Gruppo Alcoa ad attuare i piani di ripristino è incorporato – si legge nei suoi documenti – in un accordo siglato nel 2005 che riguarda l’assunzione di responsabilità rispetto ai danni arrecati alle risorse naturali di quel sito. In ragione di tale accordo, Alcoa ha pagato anche le spese sostenute da una serie di istituzioni pubbliche (Environmental Protection Agency, National Oceanic and Atmospheric Administration, Texas Commission on Environmental Quality, Texas General Land Office, Texas Parks and Wildlife Department, US Fish & Wildlife Service) per la valutazione dei danni e la definizione delle azioni di recupero ambientale”.

La classe politica e sindacale sarda e italiana e la classe operaia dovrebbero quindi oggi lottare per pretendere bonifica e riqualificazione del territorio. I tempi di progettazione della bonifica dovrebbero coincidere con la formazione degli operai, che non rimarrebbero così a terra, in cassintegrazione o in mobilità ma sarebbero impegnati e stipendiati regolarmente. Sarebbe per loro un arricchimento professionale importante utilizzabile anche in altri contesti, oltre che pratico.  Ed un giorno, davanti alla terra pulita ed al mare limpido, potranno guardare in faccia i loro figli ed i loro nipoti e dir loro che per riportare la situazione così come la vedono hanno contribuito anche loro, col cuore da operai e con la predisposizione al sacrificio che li sta contraddistinguendo.


Lottiamo per i nostri diritti, lottiamo per la nostra salute, non diamo retta ai politici affamati di voti o ai sindacalisti affamati di tessere. Lottiamo per il lavoro pulito in una Sardegna pulita, che un altro “Piano di rinascita” sarebbe solo l’inizio di una nuova morte.


De Deximeputzu, Regioni de Casteddu, Sardigna


Restiamo sardi


lunedì 30 gennaio 2012

L’insostenibile insicurezza dell'essere sardi

Al termine di una settimana caldissima per quanto riguarda la Sardegna, vorrei condividere quelle che sono le mie impressioni sui fatti accaduti.

La rivolta degli autotrasportatori, dei pastori sardi, del popolo delle partite IVA, degli operai del Sulcis, tante sono le cose da considerare di questa settimana che ho passato a cercare di capire qualcosa, quali fossero non le ragioni, poiché quelle sono agli occhi di tutti, ma le richieste e le proposte di questa fetta del popolo sardo. Premetto che dirò molte cose che saranno impopolari, soprattutto in un momento di grande fervore come questo. Ma questo non significa certo che non mi faccia soffrire vedere dei giovani disoccupati, dei padri di famiglia cassintegrati prossimi al licenziamento, degli artigiani e commercianti vessati dalla pressione fiscale o da Equitalia e dei pastori sardi piangere amaramente per una situazione aggravata dalla quasi totale assenza della politica.

Eppure per quello che è il mio punto di vista mi trovo costretto a denunciare l’ennesimo caso di italo-centrismo e di insicurezza dell’essere sardi.

Parlo soprattutto di quanto visto e sentito nella trasmissione riparatoria di Oliviero Beha dopo l’uscita di Paolo Villaggio, dopo l’ultima puntata di “Servizio Pubblico” di Michele Santoro e della conseguente intervista alla trasmissione "In 1/2 h" di Lucia Annunziata di Antonello Pirotto (nella foto), operaio dell’Eurallumina di Portovesme divenuto popolare per il suo “non mi devi rompere i coglioni” al Senatore Castelli.

Partendo dal “Blocco della Sardegna”, considero subito l’avventatezza dell’azione come dannosa nei confronti di tutti. Non abbiamo mai brillato per coesione popolare e quindi per azioni concertate, questa era una grossa occasione e abbiamo toppato alla grande, mettendo in atto un teatrino dove ognuno interpretava un po’ come voleva la manifestazione, dando un senso di disperazione senza nessun moto costruttivo. Si è sbagliato non nel modo, perché ero e resto favorevole ad un’azione forte, ma negli intenti e nella maniera in cui tutto è stato un po’ campato per aria, nonostante la “Consulta dei Movimenti”*. Da considerare che la suddetta consulta non si è formata prima del Blocco, ma durante. Figuriamoci il grado di azione concertata e tesa anche a dare l’impressione di unione del Popolo sardo, come invece sarebbe dovuto essere.


(* mi dicono che la "Consulta dei Movimenti esiste dal 23 settembre 2011, ma io mai l'avevo sentita nominare, chiedo scusa per l'inesattezza)

Cosa chiedevano queste persone? Confesso che ci ho messo un po’ a capirlo e forse non l’ho nemmeno capito del tutto. Ma questo potrebbe essere un problema mio. Da quello che ho capito, si chiedeva la diminuzione del costo del gasolio, il foglio di via per Equitalia e la proclamazione dello stato di crisi.
Quindi ancora favori dallo Stato italiano. Ancora l’insostenibile insicurezza dell’essere sardi. Centu concas e centu berrittas. Pocos, locos y malunidos, ancora una volta. Questa volta nell’intento di unirsi, però.  Ancora una volta, l’ennesima, col grido di “andiamo tutti a farci sentire a Roma”. Forse i Pastori Sardi hanno dimenticato di essere stati rapiti a Roma e di esser stati presi a manganellate, di aver subito una vera e propria repressione da Stato fascista. O non l’avranno capito?

La fretta non è mai stata buona consigliera e tanto meno lo è stata in questa occasione. Nella fretta di emulare il Popolo siciliano, non s’è organizzato nulla o s’è organizzato il tutto partendo da Facebook, che non è male. Ma poi bisogna vedersi, elaborare, creare un documento condiviso e poi agire, se si vuole agire.
Invece no: tenendo presente il male fatto dai Forconi siciliani, qua l’unica cosa che è andata meglio è stato evitare le gomme bucate delle macchine, il non bloccare veramente ma far rallentare il traffico ed ottenere la solidarietà di chi ancora non si trova con il fuoco ai piedi.

Tornando alle richieste, mi chiedo: perché chiedere ancora favori allo Stato italiano quando la soluzione di buona parte di questi problemi è nel nostro Statuto, quindi nostro diritto, quindi ancora LEGGE?

Perché, visto che le soluzioni ci sono ci ostiniamo a voler “andare a Roma a farci sentire”?

Nel nostro Statuto ci sono gli art. 8 e 9 che ci permettono di istituire una Agenzia delle Entrate della Regione Sardegna e di riscuotere i nostri tributi, per poi dare allo Stato quello che ci spetta. Se lo Stato italiano ci deve 10 miliardi di Euro è anche per colpa della nostra politica e, indirettamente, colpa del nostro italo-centrismo che non ci ha mai portato a voler far rispettare gli articoli del nostro Statuto. Cari operai di Portovesme, badate bene che con quei 10 miliardi si può curare meglio la rete infrastrutturale talmente tanto da far scendere parecchio i costi di produzione, quegli stessi costi di produzione che portano le multinazionali e le altre aziende ad andare a produrre da un’altra parte perché qui costa molto di più. Tutto costa molto di più, a partire dall’energia e dai trasporti. Nello specifico, caro Antonello Pirotto operaio Eurallumina, non puoi sostenere tra le altre cose che occorrerebbe metanizzare l’isola come se fosse parte importante della panacea dei mali dell'isola. Ricorda che le risorse di metano sono stimate in 30 anni. Togline almeno 5-7 per la realizzazione del Galsi, ne restano 23-25. Soluzione immediata (?), ma che nel medio-lungo termine rimarrebbe solo un’altra grande incompiuta voluta dalla politica lobbistica affaristica sarda. Non me ne vogliano gli operai, ma voi siete le vittime principali e più dirette del “Piano di Rinascita” degli anni ’60, di cui il fallimento è sotto gli occhi di tutti. Imprese e multinazionali che sono venute qui, hanno usufruito di finanziamenti pubblici e che ora lasciano solo morte, distruzione ed inquinamento. E l’inquinamento peggiore che si possa desiderare è quello da polveriera sociale, l’inquinamento peggiore sono la disoccupazione e/o la cassintegrazione, che come conseguenza hanno  la depressione e la rabbia.
Dovreste chiedere alla nostra classe politica di agire con forza contro questi poteri, dovreste chiedere d’essere formati per  le bonifiche dei posti che hanno distrutto materialmente ed a livello sociale, dovreste chiedere il rispetto della dignità e del lavoro, per arricchirvi anche professionalmente, in attesa che quelle terre vengano reinventate lavorativamente parlando. Questo a mio parere dovreste chiedere, non di perseverare su errori già commessi 50 anni fa. Voi che chiedete lo sconto sul gasolio perché abbiamo la raffineria tra le più grandi d’Europa, perché non vi sentite autorizzati a chiedere lo sconto sulle confezioni del latte, dei succhi di frutta confezionati col Tetrapak o sugli infissi in alluminio che realizzano qui, inquinando? Domande!

Ed artigiani e commercianti contro Equitalia? Contro Equitalia ce ne sarebbero molte da dire. Ma ho da dire a chi sostiene che l’art. 51 non sarebbe risolutorio contro Equitalia, interpretandolo come richiesta di favori allo Stato italiano: cari signori, l’applicazione dell’art. 51 è nostro diritto, non un favore che chiediamo all’Italia. E’ legge  che sta tutta nel nostro Statuto, non interpretatela in quella maniera lì. Interpretarla in quella maniera lì deriva dall’insostenibile insicurezza dell’essere sardi, che ci porta a non voler nemmeno lontanamente sembrare sottomessi da parte dello Stato. E’ invece un rapporto alla pari: io non ti chiedo l’applicazione degli articoli, io te lo impongo perché è mio diritto imporlo.

Oppure chiedere l’applicazione dell’art. 12, che ci consente di creare delle zone franche all’interno del nostro territorio. Almeno per un periodo, non di certo vita natural durante. Anche qui non si deve interpretare come un favore, ma come un diritto scritto, una legge.

Ecco, prima dei “Blocco della Sardegna” avrei voluto che le persone che volevano prendere posizione (non di certo però per farsi sentire dallo Stato italiano) avessero organizzato dei tavoli a cui sedersi per parlare di queste questioni e condirle con altre soluzioni.

Usciamo fuori dall’idea di Sardegna Madre morente e disperata, usciamo fuori dall’idea del sardo colonizzato e tartassato perché tenete presente che il colonizzatore colonizza anche perché è il potenziale colonizzato è ben disposto ed arrendevole, o semplicemente troppo pigro. E qui siamo sempre stati, per una serie di motivi, troppo disposti a delegare a terzi il nostro futuro. Forse è ora che decidiamo noi del nostro futuro, partendo da questo presente e consapevoli del nostro passato.  
Come un figlio che prende finalmente coraggio e responsabilità per andar via di casa, per godersi la propria libertà e voler percorrere la propria strada, con i pro e i contro, ma sempre decidendo da solo il da farsi e gestendo al meglio le proprie capacità e risorse. 

Usciamo fuori dall’italo-centrismo, non ci servono favori quando abbiamo i diritti e le leggi da far rispettare.

Il pensiero che ci porta a chiedere favori o a pensare che stiamo chiedendo favori deriva dall’insostenibile insicurezza dell’essere sardi.

Il pensiero ricorrente che ci porta ad “andare a farci sentire a Roma” deriva dall’insostenibile insicurezza dell’essere sardi.

Gratzias po s’attenzioni

De Deximeputzu, Regioni de Casteddu, Sardigna

Restiamo sardi



giovedì 22 settembre 2011

Tra le poche Nazioni al mondo a non avere debito: come spendere i 10 miliardi che ci deve l'Italia

Bentornati nel mio blog e, permettetemelo, bentornato pure a me che torno a scrivere.
L’estate è finita, il caldo invece comincia ora. In un panorama di crisi mondiale, in cui la stessa Italia rischia il fallimento, la Sardegna è tra le poche nazioni al mondo a non avere debiti.  "Come", direte voi, "la Sardegna fa parte dell’Italia, se affonda l’Italia affonda pure la Sardegna!" Ragionamento più che lecito, non fosse che l’Italia ha un debito nei confronti della Sardegna di circa 10 miliardi di Euro. Sì, avete letto bene, 10 MILIARDI DI EURO. Che sono a rigor di logica soldi che mancano ai nostri servizi in termini di trasporti, istruzione, vigilanza ambientale, potenziamento della rete turistica, promozione del territorio.
Ci fosse una classe politica sarda degna di questo nome chiederebbe indietro questi soldi perché saprebbe già come investirli. Abbiamo invece una classe politica che solo ora che la Sardegna affonda riscopre i diritti che già avevamo come Regione Autonoma a Statuto Speciale, che vorrebbe mostrarsi ora meno italo-centrica, con al primo posto gli interessi della Sardegna e dei sardi, alcune volte anche con lotte populiste di facciata, ma che al primo rimprovero del padrone romano o milanese, pinniccanta sa coa in mesu a is cambasa e torranta a si cucciai (mettono la coda tra le gambe e tornano a cuccia).
Ci fosse una classe politica sarda sarei il primo a pretendere indietro questi soldi, in un panorama come quello attuale. Ma hanno dimostrato anche poco tempo fa di non sapere come spendere i soldi, neanche in termini di promozione del territorio che, lasciatemi dire, in Sardegna sarebbe una delle cose più semplici da fare, è tutto servito su piatto di platino, non d’argento. Invece anche dei fondi europei che erano lì pronti da spendere sono volati via, tornati in Europa e senza ricevuta di ritorno perché non sono stati spesi nel tempo stabilito, come se in Sardegna non ci fosse nulla da fare, fosse tutto a posto, come se ci volesse un genio della politica per capire che quei fondi, se non utilizzati per quello scopo per carenza di idee, si sarebbero dovuti destinare ad altri scopi in un giochino di bilancio che saprebbe fare anche il più stupido dei ragionieri, per non dire anche Tremonti.
Dicevo che si sentono in diritto di reclamare l’autonomia ora che la Sardegna è in fiamme (e non solo metaforicamente parlando), ora che circa 80.000 aziende sono sull’orlo del fallimento, ora che Equitalia sta mietendo vittime  tra la popolazione sarda (anche nel vero senso della parola, 7 suicidi), ora che anche la Keller licenzia e manda in cassintegrazione i propri operai per una commessa ritirata da TrenITALIA da 16 milioni di euro, buttano fuori di casa gli agricoltori che non hanno pagato i debiti donati dalla famosa legge incostituzionale 44/88. Ci buttano nella disperazione per renderci popolo facile. Non mi piace parlare di queste cose, recriminare non fa parte del mio modo di vedere le cose, ma chi no est tirannia custa (se non è questa la tirannia)!

E allora questi 10 miliardi come andrebbero reinvestiti, se li avessimo indietro?

La priorità ora come ora sarebbero le politiche di Welfare, in quanto questa situazione ha buttato sulla soglia della povertà tante, troppe persone. Una politica di sostegno e di sviluppo allo stesso tempo sarebbe l’ideale. Il sostegno alle politiche agropastorali, settori trainanti della nostra isola, sarebbero da attuare prima di subito, per far ripartire tutto il comparto e permettergli di svilupparsi e ammodernarsi, in modo da essere competitivo sui mercati internazionali con un’adeguata promozione (che non è certo il meeting di Comunione e Liberazione cui la Regione ha partecipato con 100.000 Euro di contributo, il massimo donabile).

Il potenziamento della rete stradale, a partire dal tanto agognato completamento della Sassari-Olbia, per poi andare a raddrizzare l’Orientale Sarda per far sì che la costa est sia fruibile da tutti e non solo da quelli con lo stomaco forte. Il completamento dei lavori nella 131, e tutti comprensivi di un soddisfacente arredo stradale e indicazioni turistiche CHIARE.

Potenziamento della già avviata flotta sarda, per andare contro al cartello che quest’anno ha contribuito alla debacle del turismo.


Il potenziamento dell’industria della ricettività tutta, a partire da alberghi per arrivare, potendo, a is tzillerisi (i vecchi baretti dello sport). Anche qui ci hanno messo in condizione di approfittare del turista che viene per spennarlo, in molti casi. Puntare ad un bilanciamento tra qualità e quantità non sarebbe male, ponendo una classifica delle strutture ricettive e magari mettendo un tetto al prezziario. Corsi di aggiornamento sulla cucina, corsi di ospitalità (che noi comunque abbiamo nel sangue, e questo non me lo toglie nessuno dalla testa), corsi di lingue straniere e poi ripeto, in base a tutto questo, classificare le strutture. Nuove strutture in linea con l’ambiente, ecosostenibili e possibilmente alimentate da fonti di energia rinnovabile anch’essa in linea con l’ambiente.

Vigilanza ambientale: fosse per me, metterei un vigile per chilometro quadro di spiaggia, affinché chi non è educato per natura lo diventi per forza con multe salate anche per un solo mozzicone lasciato in spiaggia. La rete antincendio: 2 Canadair non sono sufficienti, è assolutamente dimostrato da quest’anno e dall’estate 2009 soprattutto, ettari su ettari di Sardegna bruciata, anche grazie al fatto che spesso vanno a spegnere fuochi in Italia e qui ne approfittano.

Dell’istruzione ho già parlato in un altro post ( http://inlibertade.blogspot.com/2011/06/mancata-educazione-alla-sardita-come.html).

Sono alcune delle proposte mie e di molti altri indipendentisti. Saremo tutti sprovveduti o c’è qualcosa dietro queste persone classificate come leghiste, populiste, casiniste, demagoghe, violente, centu concas e centu berrittas, pocos locos y malunidos?

Grazie dell’attenzione e a s’intendi luegus (ci sentiamo in seguito).


lunedì 1 agosto 2011

"OSPITADAS". Claudia Satta: Conoscere è la vera integrazione

E oggi, in Italia, è il primo giorno di Ramadhan.
I telegiornali passeranno la notizia, probabilmente non approfondendone realmente il significato, ma ci saranno diversi programmi (più dell'anno scorso) che cercheranno di darne una spiegazione religiosa, tecnica, laica o di fede, io vorrei dare la mia.

 Ho fatto Ramadhan, per ben due volte.
Mio marito è musulmano e non potevo condividere con lui ogni cosa della nostra vita senza capire anche cosa provasse in questo lungo mese di digiuno.

Ricevo mille "ma ti sei convertita?" ogni volta che cerco di spiegare l'islam in tutte le sue facce belle e brutte, perchè sì ne ha di brutte, ma ne ha davvero di belle.
Il Ramadhan è una di quelle.

Io vorrei contribuire a farlo conoscere a chi ha l'attenzione di leggere e di ascoltare.
Anzitutto di cosa si tratta: si digiuna dall'alba al tramonto, e per digiuno è inteso completo: liquidi, cibo, vizi.
Quindi niente acqua, caffè, latte, né pane, pasta e qualsivoglia alimento! E poi niente sigarette, né sesso.
Al tramonto si può riprendere la vita normale. Ed ecco qui il primo mito da sfatare.
Non ci si abbuffa come matti una volta arrivati al tramonto! :) è impossibile farlo, perché lo stomaco si rimpicciolisce giorno dopo giorno e si sente sempre meno il morso della fame. Mangiare troppo farebbe solo del male.

Il senso del Ramadhan non è un sacrificio, non è una punizione, né un'espiazione dei propri peccati, il senso del Ramadhan è la famiglia, è la condivisione, la solidarietà.
Quando passi tutto il giorno senza mangiare, quando non bevi un sorso d'acqua anche se ci sono 40 gradi all'ombra, ti senti stanco, affaticato, affamato, soprattutto affamato, ma sai che alla sera, qualcosa da mangiare lo avrai, sai che alla sera torni a casa dalla tua famiglia, in compagnia di chi ti vuole bene in qualche modo, e che sta condividendo con te le difficoltà di un giorno pesante e lungo... molto lungo... ma pensi anche a chi non avrà tutto questo... a chi mangerà da solo, perché non ha nessuno vicino, a chi non tornerà a casa perché ancora deve lavorare tutta la notte, a chi proprio non mangerà, perché non ha di che mangiare... e sai che per queste persone non finisce il digiuno una volta passato il mese di Ramadhan, per loro la vita è questa e solo questa.

E allora rifletti.
Rifletti sulle tue fortune, rifletti sulle tue disgrazie.
E vedi che le tue disgrazie non sono poi tali, perché hai delle fortune.
Capisci che qualunque siano i problemi che la vita ti metterà davanti, qualunque siano le difficoltà che dovrai affrontare, hai il dono di un porto sicuro, hai la certezza di un rifugio.
E al pensare a chi non lo ha non è che ti senti più fortunato (cosa che sarebbe estremamente egoista e poco utile all'umanità) ma senti il desiderio di essere quel "dono" per loro.
Nel mondo arabo, ora, la sera tutte le porte sono aperte, all'ora di cena se qualcuno passa e non ha di che mangiare, si siede alla prima tavola che trova e mangia. 
Anche se è troppo lontano da casa per arrivare in tempo al suono del Magrheb. Si ferma e mangia con la famiglia del momento.
Tutti ora, possono essere la famiglia del momento.

Anche noi nelle nostre tradizioni filo cristiane abbiamo il momento della famiglia, abbiamo il Natale, abbiamo le domeniche, per quanto si possa anche dire che si stiano perdendo, non hanno comunque lo stesso senso del Ramadhan. 
Si tratta di un qualcosa di più intimo, di più viscerale, ti tocca dentro non solo con la solidarietà e carità, ma ti prende allo stomaco, metaforicamente parlando e no.

Esistono certo delle persone che fanno Ramadhan giusto per fare, esistono quelle che lo fanno tenendo il rancore di chissà quali sfregi e offese ricevute, esistono anche le persone che fanno Ramadhan e poi si fanno esplodere in nome di una religione semi inventata, ma quelle persone, non è che abbiano proprio capito il senso di quello che stanno facendo... tanto quanto chi va la domenica in Chiesa e parla male della vicina di banco tutta la messa, o dei preti che portano in sagrestia i chierichetti con ben poche buone intenzioni, tanto quanto chi dice di essere cristiano e "non tollera" i musulmani.
Questi non sono i modi né dei veri musulmani, né dei veri cristiani.

Io, nel mio piccolo, da cristiana, da musulmana, oggi voglio fare Ramadhan con voi, voglio fare del mio Ramadhan un qualcosa di utile e darvi testimonianza di un mondo così diverso dal nostro, ma così vicino.

Sarete più gentili.
Magari in spiaggia, al prossimo "vu cumprà" che passa, digiuno da acqua e cibo, che vi stressa per fare due soldi, lo guarderete in modo diverso, saprete leggere nei suoi occhi una parte di se che vi era sconosciuta.
Magari i fazzoletti al parcheggiatore abusivo, questa volta glieli comprerete e non gli augurerete di ficcarli in chissà quale posto sconosciuto al sole.

Oppure li invidierete.
Invidierete la loro capacità di essere coerenti, di fare in prima persona i sacrifici che servono alla vita, di avere la forza di continuare a vivere lontani da casa, da quel porto sicuro per pochi soldi, e per alcuni neanche per quelli.
Invidierete questo grande insegnamento che porta l'islam e che renderà uniti per sempre popoli e famiglie.
Invidierete quella strana capacità di saper sempre sorridere dietro quei faccioni scuri.

In ogni caso spero solo che siate più capaci di capire le vostre fortune, di vedere oltre le vostre lamentele e di trovare la forza di tirare avanti sino al tramonto, perché al tramonto avrete sempre qualcuno ad aspettarvi  a casa.



mercoledì 8 giugno 2011

Intervista a Claudia Zuncheddu

Di Enrico Piras

La Sardegna è in assoluto la terra con più servitù militari, rispetto a tutte le altre regioni d’Italia.
Sono circa 35.000 gli ettari occupati da infrastrutture delle forze armate italiane e della Nato: poligoni missilistici (Perdasdefogu e Quirra), per esercitazioni aeree (Capo Frasca) e a fuoco (Capo Teulada), aeroporti militari (Decimomannu) e depositi di carburanti (Cagliari). Decisamente troppi, a nostro parere. Un tipo di economia che riconosciamo essere in assoluto contrasto con la terra sarda, per tutta una serie di motivi.
Oggi la cronaca si riempie la bocca dei risultati delle analisi condotte dai veterinari delle Asl di Cagliari e Lanusei, che dicono chiaramente che “il 65% dei pastori che lavora a Quirra si è ammalato di leucemia, ed esiste una correlazione tra questi tumori e gli agnelli nati deformi negli ovili del territorio. “ E chi legge sembra che stia a metà tra cadere dalle nuvole o scoprire l’acqua calda, visto e considerato che da anni ci sono singole persone, comitati, movimenti e partiti indipendentisti e non, che sollevano i propri dubbi in merito alla questione, spesso anche con azioni dimostrative atte a portare alla luce gli avvenimenti sopra descritti. E per questo fatto sono stati spesso derisi, presi per buffoni, umiliati dal potere, tacciati d’essere anti-americani, anti-italiani, anti-tutto. Ci piace vederla in un altro modo, invece: chi lotta contro tutto ciò che tratta di conflitto armato è da ammirare; se poi quello che si accosta a quel tipo di economia va a nuocere direttamente alla nostra terra e alla nostra gente, vale la pena di spendere parole, azioni e tempo, anche solo per capire bene le cose.
Oggi Vulcano incontra Claudia Zuncheddu, che da anni si muove verso questa direzione, parla alla gente, pone delle domande a chi di dovere, insomma “alza la voce” (nel senso buono del detto).
Consigliera regionale, laureata in Medicina e Chirurgia, giornalista pubblicista e scrittrice, ha portato proprio in Consiglio Regionale un’interrogazione all’assessore alla Sanità Antonello Liori per chiedere che venga fatta luce sul caso-Quirra.
 Compare anche nel famoso documentario “OIL” di Massimiliano Mazzotta, che tratta la relazione SARAS-salute-ambiente, ed è proprio di quel documentario una frase di un ragazzo di Sarroch poi  riportata da Claudia che rimane impressa, scolpita nelle menti, una di quelle frasi che nelle persone più attente e sensibili a questioni del genere induce a porsi delle domande: “Qui la gente non muore più di vecchiaia.” Noi di Vulcano oggi vogliamo capire meglio se corriamo dei rischi per la presenza della base NATO di Decimomannu, Aeroporto Militare “G. Farina”.

-          Innanzitutto grazie per averci concesso questa intervista, Dottoressa. Partiamo proprio da quella frase: cosa intende dire quel ragazzo quando afferma che “la gente non muore più di vecchiaia”?
“Fa pensare l’affermazione di questo ragazzo, sulla quale da medico ho ragionato e riflettuto anche io. E’ triste come affermazione, ma assolutamente vera. In questi anni abbiamo infatti  assistito all’aumento percentuale di patologie importanti che colpiscono i giovani, che vengono poi colpiti da patologie particolari, come possono essere i tumori del sistema emolinfatico: parliamo di leucemie, di linfoma Hodgkin e Non Hodgkin etc., che sono quelle patologie che colpiscono molto, ad esempio nella zona di Quirra, dove l’incidenza risulta assolutamente anormale e molto preoccupante.
Si stanno riscontrando molti casi di diabete mellito e di patologie tiroidee, per non parlare dei casi di malformazioni sui maialetti (primi anni 80), sugli agnelli e sui bambini.  
 Poi ci sono altri fatti meno denunciati: ad esempio, la difficoltà delle donne di portare avanti una gravidanza: come è possibile che una donna sarda in età fertile incontri dei seri problemi nel portare avanti una gravidanza?
Il tutto a parer mio è causato oltre che dall’uranio impoverito, da numerose sostanze che vengono sperimentate nei nostri poligoni e di cui ben poco o nulla si sa. A proposito dell’uranio impoverito, quella scoria ormai assai nota per la Sindrome dei Balcani (come la sindrome di Quirra), voglio ricordare che gli studi a livello mondiale sulla trasformazione e messa in sicurezza delle scorie radioattive non sono arrivati ad alcuna conclusione. Gli stessi USA nonostante i grandi investimenti nella ricerca, hanno fallito. Non avendo trovato soluzioni per la trasformazione e conservazione sicura delle scorie radioattive, queste vengono immesse nei mercati ad alti costi. L’uranio impoverito è quella  “scoria radioattiva” che paradossalmente  viene riciclata a basso prezzo  nelle esercitazioni da guerra nei nostri poligoni. Gli alti costi gravano sulla salute dei militari e delle popolazioni. 
Il  problema dell’inquinamento ambientale in Sardegna, per tante ragioni, decima le popolazioni. Una tesi che con leggerezza si porta avanti è quella secondo cui il popolo sardo presenterebbe delle predisposizioni genetiche ad ammalarsi di certe patologie, teoria assolutamente infondata se si pensa alla longevità dei sardi in sedi protette dall’inquinamento ambientale. Per questi motivi sostengo che l’industria italiana di Stato e quella privata, che da decenni inquinano e uccidono, così come i poligoni militari, dovrebbero mettersi d’accordo con gli scienziati di tutto il mondo che studiano  la longevità dei sardi che vivono in habitat protetti dall’inquinamento. 
 Credo che sia per tutti una coincidenza un po’ strana il fatto che il sardo non muoia più di vecchiaia soprattutto nelle zone contaminate da quella che è una vera e propria politica coloniale italiana inconcepibile, e ribadisco, parlo di zone interessate da servitù militari come possono essere Quirra o Teulada, ma anche di zone in cui l’industrializzazione è risultata negli anni scriteriata, indisciplinata e frenetica, come le zone di Sarroch o Portovesme.
Con il danno anche la beffa per noi sardi “responsabili” delle malattie in progressivo aumento. Ma genetica a parte, ci accuserebbero anche strane abitudini come le “relazioni incestuose”  e persino  “l’uso del preservativo”, che indurrebbe neoplasie, ovviamente nei maschi che vivono in prossimità  di zone inquinate!
 Queste affermazioni sono ancora più curiose se consideriamo che invece, sempre secondo le stesse fonti, quando dobbiamo andare in guerra saremmo forti, eroici e coraggiosi, perché in quel caso saremmo sempre in prima fila come carne da macello, i nostri giovani forti e coraggiosi della Brigata Sassari insegnano.
Dovremmo imparare a pensare che se non viviamo in un ambiente sano, il nostro popolo non ha futuro,  poiché la salute della popolazione è strettamente connessa alla salute ambientale”.

-          Ci spiega quali sono le attività svolte all’interno della servitù militare in questione?
“Noi in generale di quello che  realmente accade dentro i poligoni, non sappiamo praticamente nulla. Ci accorgiamo di quello che fanno solo quando per caso ci cade un missile nel giardino di casa!
A parte i due radar presenti all’interno, utilizzati uno a difesa della Nazione italiana, uno per il controllo del traffico aereo, oltre che a  Decimomannu, anche ad Elmas.”

-          A parte l’evidente inquinamento acustico dato dalle esercitazioni di volo, può dirci se corriamo altri rischi per la vicinanza di una struttura del genere?
“Sicuramente uno dei pericoli è la presenza di questi radar: questi sono infatti dei diffusori di onde elettromagnetiche che sicuramente non fanno bene all’ambiente, figuriamoci gli effetti sulla salute della gente. Però qui nessuno ha mai denunciato delle anomalie che io sappia, anche se sentendo alcune persone, le anomalie ci sono eccome. I casi di leucemie e SLA hanno una certa incidenza anche in questo circondario e non sono da sottovalutare.
Bisognerebbe poi sapere con certezza se vengono rispettati i limiti di sicurezza stabiliti per legge per l’utilizzo di questi radar. I limiti per gli impulsi del radar, previsti per legge sono 40 V/m e 6 V/m per non più di 4 ore vicino a case e scuole. La distanza di sicurezza di 300- 400 m se consideriamo le radiazioni acute; 2- 3 km prendendo in esame quelle costanti. E come facciamo a sapere se questi limiti vengono rispettati? Non lo sappiamo e basta! Ne potremo mai saperlo con certezza se il controllore e il controllato sono lo stesso soggetto.
A questo proposito vi dico anche che quest’estate nel Nord-Est della Sardegna fino alla zona di Orosei e nell’Oristanese sono state denunciate delle scosse simili a quelle sismiche. Cosa staranno combinando? Ma come, vogliono portarci il nucleare proprio perché siamo una zona a scarsissimo rischio sismico, se non quasi nullo, e poi si registrano queste scosse? Si mettano d’accordo, no?
Per farvi un altro esempio vi racconto un aneddoto riportatomi proprio da una decimese, che racconta che un giorno a Decimomannu si scaricarono di botto un numero altissimo di batterie d’automobile. Che coincidenza strana!”

-          Può chiarirci come mai gli aerei alle volte lasciano la scia ed alle volte no? C’è una relazione coi dubbi che si esprimono in merito alle scie chimiche? Se si, quali sono i danni all’ambiente ed alla salute?
“Assolutamente si, c’è una relazione e la cosa è anche abbastanza palese.
Il problema delle scie chimiche è un problema che s’è posto anche il Governo francese, che aprì pure un’inchiesta su questo. Solo che il problema sembra una cosa così paradossale, così fantascientifica che tutto poi viene lasciato cadere nel silenzio. Assistiamo invece a fenomeni visivi allucinanti, come le famose “grate” formate dalle scie, che si dice che siano proprio un sistema atto a controllare le variazioni climatiche.
Siccome poi queste sostanze diffuse nei cieli inevitabilmente vanno a finire sulle terre, come accade con ciò che si disperde nell’atmosfera, è accaduto poi che nelle zone in cui si verificano certi fenomeni di desertificazione, appurata da test fatti da privati e che per questo non gli è stata riconosciuta l’attendibilità e la validità.
In Sardegna le scie chimiche si sono presentate in modo così imponente, tanto da alterare quello che erano i nostri cieli. Un tempo per i viaggiatori, parlare dei cieli della Sardegna era come parlare dei cieli africani, in quanto a bellezza. Da un po’ di tempo a questa parte, invece, pare che i nostri cieli non siano più belli come una volta. Viene da riflettere e da chiedersi come mai.”

 -          Cosa ci dice dell’affermazione che le servitù militari sono il risultato della combinazione “lavoro-ricatto”?
“E’ un dato di fatto: qui da noi è sempre stato così e, se non ci muoviamo noi come popolo, sempre sarà così. Basti pensare alla SARAS, per cui ci siamo fatti rubare uno scorcio di mare tra i migliori in Europa per farci impiantare un mostro ecologico. O basti pensare al polo industriale di Ottana, che è stato realizzato ufficialmente “per combattere il banditismo della zona” e che adesso provoca solo altra depressione sociale. Ci sono un sacco di realtà sarde in cui il binomio lavoro-ricatto ha provocato solo morte, distruzione ambientale, disagi sociali e nuove povertà.”

-          In caso di chiusura della servitù in questione, quali sarebbero i tempi di bonifica? La forza lavoro all’interno può essere utilizzata poi a tale scopo?
“Credo che considerando tutte le servitù militari e i poli industriali ad oggi quasi dismessi, non  siano quantificabili i tempi per una bonifica di siti del genere, anche in considerazione del fatto che, come abbiamo detto prima, non sappiamo cosa realmente poi si faccia all’interno di essi. Che sarebbero tempi lunghi, nell’ordine dei60 anni almeno, su questo non ci piove! Comunque nei processi di bonifica potrebbero trovare occupazione migliaia di sardi per decenni.
Sta di fatto che la nostra classe politica si rapporta male da sempre con le industrie. I “signori dell’industria”  vengono da noi, USUFRUISCONO DEI NOSTRI FINANZIAMENTI PUBBLICI, distruggono e poi decidono che bisogna delocalizzare la produzione da un’altra parte dove i costi di manodopera sono minori e cosa fanno? Lasciano qui in primo luogo depressione e disoccupazione, poi addirittura non puliscono! E la nostra classe politica no ciccada contus, non chiede nulla! Invece non dovrebbero poter andarsene così come vogliono, perlomeno non prima di aver bonificato le aree interessate.
Vista la conoscenza che negli anni ha acquisito il personale interno alle servitù, questo sarebbe molto utile e molto valido per l’utilizzazione nelle varie bonifiche.”

-          Pensa che un giorno la Sardegna si libererà delle servitù militari o crede che sia solo l’ennesima lotta di un Davide contro un Golia?
“Questa è una cosa che dipende dal popolo. Dipende dal popolo poiché è esso per primo che deve “decolonizzare” il proprio cervello. E’ come se dicessi ad una persona: “Guarda che dalla bombola del gas di casa tua c’è una fuoriuscita di gas!”. Non è che quella persona aspetta per chiuderla, la chiude subito. Stessa cosa deve essere fatta con chi inquina e ci uccide. Ad esempio, ora sulla questione Quirra dicono che non bastano studi, testimonianze, morti etc., adesso dicono che c’è bisogno di altri accertamenti. Allora la proposta è questa: chiudi le servitù militari per gli accertamenti sino a quando non si ha la certezza (se mai ci sarà) che queste non sono pericolose, eventualmente poi verranno riaperte. Vuoi vedere che così non passeranno altri dieci anni prima di sapere cosa si cela all’interno di queste?
Quindi è nostro dovere interessarci a queste questioni ed essere in prima fila, è nostro dovere prendere coscienza del fatto che il popolo sardo deve ribadire la sua sovranità sulla gestione delle proprie risorse a partire dall’energia e dall’ambiente (parte integrante del patrimonio identitario)  e intraprendere così concretamente il percorso di liberazione nazionale verso l’indipendenza della Sardegna. Questa è l’unica alternativa per non morire. Fate voi.”

-          Grazie del tempo che ci ha dedicato, Dottoressa. Speriamo di aver chiarito molti dubbi e di aver portato le persone a riflettere su certi aspetti della vita e delle cose che ci circondano.
“Grazie a voi, ragazzi, fintzas a s’Indipendentzia!”