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domenica 19 febbraio 2012

Sardegna24, Bellu e il concetto di libertà d'infotmazione

Di recente è venuto a mancare all'affetto delle edicole sarde il quotidiano Sardegna24.

Quello che nasceva come quotidiano nuovo, quello che da tutti (gli interessati e, detto a sa sadra, gli interessosi) veniva proclamato come una ventata d’aria fresca pronto a mettersi in mezzo e a contrastare il duopolio L’Unione Sarda – La Nuova Sardegna, il giornale che doveva essere puro, duro e crudo e che doveva essere d’inchiesta. Bene:  uscito il primo di luglio del 2011,  l’ultimo numero ha calcato le edicole il 29 gennaio 2012, dopo varie vicissitudini.


Le stesse documentate dal Direttore del fu Sardegna24 Giovanni Maria Bellu in occasione della presentazione di “Asibiri”, che non s’è capito ancora cosa sia ora e cosa sarà in futuro. Forse un covo di scrittori di sinistra, di quegli intellettuali che scrivono più per autoreferenzialità che per informare? O forse, finalmente, un quotidiano (o un periodico) di giornalisti che fanno i giornalisti? Non si sa, ma io continuo a sperare.


Bene, Bellu in occasione dell’incontro spiega nei dettagli la breve storia e il declino di Sardegna24, spiegando i vari passaggi dalla nascita all’incidente, dalla rianimazione al coma per finire con la sopraggiunta morte. E finalmente conferma anche quello che tutti sapevano ma che nessuno diceva: Sardegna24 è stata un’idea di Renato Soru, ex Presidente della Regione Sardegna e attuale Consigliere Regionale del Partito Democratico. Sardegna24 era un progetto editoriale che doveva prevedere, oltre il cartaceo, un sito internet, una radio e poi in futuro una televisione. Doveva diventare, a mio modo di vedere, uno scudo, un’arma di difesa ma anche un’arma di contrattacco alla pseudo-informazione fatta più volte dalle componenti del duopolio citato inizialmente.


Si è parlato molto di informazione, dei vari modi di informare, un po’ di metodo, qualche frase ad effetto di Concita De Gregorio (che fu condirettrice insieme allo stesso Bellu dell’Unità, di proprietà di Renato Soru) e ancora gli interventi di vari giornalisti e di altre persone che scrivevano su Sardegna24.

Una cosa mi ha fatto riflettere sul concetto di informazione libera: che viene scambiato con un altro concetto, quello della pluralità d’informazione.


Il  deceduto berlusconismo ha avuto come risultato, tra le altre cose, di confondere questi due concetti. Mi spiego meglio: Berlusconi ha due giornali, uno di proprietà diretta ed uno del fratello, più almeno un altro paio che in questi anni ne hanno tessuto le lodi, decantato la magnificenza di ogni suo piccolo movimento, attaccato i nemici politici. E tutto questo nemmeno troppo velatamente. Quindi ha fatto sì che il concetto di libertà d’informazione fosse attaccare Berlusconi e il clan dei berluscones e tutto quello che ruotava attorno a lui, attorno agli alleati politici, attorno alla sua famiglia ed anche attorno alle sue parti intime.


Questa si può chiamare informazione libera? Io credo proprio di no.


Questa è battaglia tra clan, tra famiglie diverse. Questi sono due colpi di fucile a pallettoni in risposta alle fucilate del vicino d’ovile. Questa è merda lanciata addosso in risposta ad altra merda che t’è piovuta addosso.


Scriveva Bellu nell’editoriale di presentazione del giornale: “Li ho visti, in queste settimane, mentre formavo la redazione di Sardegna24: decine e decine di curricula stellari, studi di eccellenza nelle migliori università del mondo, ed esperienze lavorative misere segnate da retribuzioni modeste e precarie. Il nostro futuro umiliato a favore degli amici degli amici, dei raccomandati, dei furbi. Rilevi che un tempo, quando sei partito, per lo meno agivano di nascosto, si vergognavano. Oggi, invece, quasi rivendicano come un valore la loro cialtroneria e la loro amoralità.”
Sembra dire che Sardegna24 stia nascendo per contrastare qualcosa, per fare un dispetto all’avversario politico dell’editore e non semplicemente per dare notizie, ma per dare notizie che smentiscano, perculino o danneggino in qualche modo il vile impostore.
E poi ancora, sempre dal primo editoriale di Bellu: “Non esiste il giornalismo obiettivo. Esiste il giornalismo onesto. E' la più importante tra le cose che ho imparato da Eugenio Scalfari quando, più di vent'anni fa, andai a lavorare a Repubblica. Non esiste il giornalismo asettico, esiste il giornalismo che offre un punto di vista sul mondo, come abbiamo tentato di fare in questi ultimi anni con Concita De Gregorio a l'Unità. Esiste solo il giornalismo che riferisce la verità sostanziale dei fatti, senza travisamenti e senza censure. “


Come sarebbe a dire che non esiste il giornalismo obiettivo? Non solo il giornalismo obiettivo deve esistere, ma trovo di fondamentale importanza l’esistenza del giornalismo obiettivo. Giornalismo obiettivo è uguale ad informazione libera. Né più, né meno.


O sono solo io che, pur non essendo giornalista, prima di scrivere qualcosa vado a fare ricerche di dati, di fatti, di conti economici, di articoli di legge etc., per dare a chi mi legge dei punti di riferimento OBIETTIVI e non parziali?


Devo forse pensare che l’informazione libera sia nascondere le magagne di uno e mettere in risalto, sbattendole in prima pagina, le magagne e le malefatte dell’altro?
No Direttore Bellu, mi permetta: questa non solo non è informazione libera ed obiettiva, questa è informazione PARZIALE. E’ pluralità di informazione, certo, ma non informazione libera. L’informazione libera è un’altra cosa. L’informazione libera è quella che non ha padroni in politica, né in altri campi. L’informazione libera, come dice lo stesso Bellu, è semplicemente l’informazione che informa. A 360°.


L'informazione oggi ha davvero bisogno di essere libera, apartitica, democratica e deve riportare così notizie anche scomode.

Io scrivo spesso delle varie situazioni sarde nel mio blog, riporto punti di vista diversi, molto impopolari a volte, cerco umilmente di dare spunti di riflessione. Non sono tra quei blogger sardi che non fanno altro che rappresentare una Sardegna che si piange addosso, vittima e Madre dolorante, figlia di uno Stato che non la vuole. No, io no.

Io sono tra quei blogger che sogna una Sardegna diversa, sovrana, responsabile, artefice del proprio successo con la complicità di tutti i sardi, nessuno escluso. Sono tra quei blogger che dice "Basta" alle passeggiate recriminatorie fino ai palazzi romani o per le vie di Cagliari. Che dice "Basta" alla facile demagogia strappa-lacrime o al becero populismo di stampo leghista.

Ci tengo a dare un'immagine diversa della Sardegna e dei sardi.

Tengo a precisare che non faccio parte di nessun partito o movimento e col mio blog non guadagno nulla. Non ho quindi nessun tornaconto economico o politico e quindi nessun particolare interesse, se non quelli che ho scritto prima.

Sono indipendentista, eppure se ci s’addentra un attimo nel mio blog si trova facilmente qualcosa che va contro l’attuale area indipendentista.


Io posso definirmi libero e senza padroni. Come dovrebbero potersi definire liberi  e senza padroni tutti quelli che si occupano di informare.
Indro Montanelli, quando Berlusconi passò alla guida de “Il Giornale” gli disse chiaro e tondo questa frase: “Tu sei il proprietario, io sono il padrone almeno fino a che rimango direttore.”. 


E ancora: “ Io veramente la vocazione del servitore non ce l'ho”. E quando Berlusconi scese in campo, cercò di imporre a “Il Giornale” ed allo stesso Montanelli la sua linea politica. Montanelli, in tutta risposta, lasciò la direzione.

Ecco, quello della libertà dal padrone dovrebbe essere un dogma per chiunque voglia fare il giornalista o che si accinga ad assumere la direzione di un giornale.


Perché, come diceva lo stesso Montanelli, “l’unico padrone del mio giornale, oltre me, è il lettore.”



De Deximeputzu, Regioni de Casteddu, Sardigna

Restiamo sardi (e informati)


sabato 11 febbraio 2012

"La Sardegna deve tornare a sorridere". Tranquillo Ugo, lo stai facendo bene!

“La Sardegna deve tornare a sorridere”, diceva lo slogan della campagna elettorale di un candidato alla guida della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci. Per chi non lo sapesse, Ugo Cappellacci è attualmente il Presidente della Regione Sardegna. Di che partito non si sa, perché ha restituito la tessera del PDL. Attualmente quindi abbiamo un Presidente della Regione senza partito.

“La Sardegna deve tornare a sorridere”: mai miglior slogan si prestò all’interpretazione. Perché dietro questo slogan campeggiava il simbolo del PDL con sotto la scritta “BERLUSCONI PRESIDENTE”. Quindi vedendoli sul palco tutti e due, Ugo e Silvio, quale migliore slogan poteva esserci, se non “La Sardegna deve tornare a sorridere”?

Ed in effetti ci hanno fatto sorridere. Ci ha fatto sorridere la telefonata del frottolaio magico all’amico Putin durante la campagna elettorale, telefonata che doveva risolvere la vicenda del polo industriale di Portovesme. In quel momento sapeva già che ALCOA in Sardegna era agonizzante e che presto sarebbe morta, senza telefonate di sorta che potessero risolvere qualcosa.

 Abbiamo sorriso in tanti e  tanti hanno spalancato la bocca increduli. Molti invece, spinti dalla disperazione, hanno baciato la mano e hanno continuato a credere alle frottole ad effetto del nano di Arcore, che posizionando il figlioccio alla guida della RAS avrebbe risolto tutto. Magari questo nuovo Napoleone non avrebbe risolto tutto, ma almeno Bonaparte.

Ci ha fatto sorridere il Cappellazzi Ragionier Ugo quando si sentì tradito dal “Governo amico” per il furto della Tirrenia perpetrato dal suo stesso padrino, quello di cui in campagna elettorale portava il nome sul simbolo e sulla bocca, quello di cui è stato commercialista e che avrà aiutato a fare dei giochetti di bilancio, anche se non possiamo esserne sicuri, ha strappato la tessera del suo partito: il coro unanime dei vertici pidiellini fu “Esticazzi?”. Ancora a credere che ci siano governi centrali amici o nemici, questi qui. “Governo amico”, come era amico il Governo Prodi che avrebbe dovuto renderci i soldi della “vertenza entrate” (barattati senza autorizzazione e senza diritto dal fu Governatore Renatino Soru).

 Ci fa sorridere quando parla di “riforma dell’articolo 9 dello Statuto”, quando se c’è una cosa del nostro Statuto che non deve essere toccata, poiché è uno dei pilastri portanti della nostra sovranità economica, è proprio l’art. 9. Pensi a farlo rispettare così com’è, piuttosto.

L’ultimo “sorriso” è di questi giorni: ''iniziamo non soltanto a pensare come popolo ma ad essere popolo. Iniziamo non soltanto a pensare da nazione ma ad essere nazione. Iniziamo non soltanto a parlare di unità ma ad essere uniti''. Frase ad effetto da vero sardical-chic. Il Presidente Governatore in the station for the nation really sensation che parla di “Nazione Sarda”, di “Popolo Sardo”. Bene, bravo, bis urlerebbero certi indipendentisti che, non avendo le competenze adatte per far politica, dominati dall’insicurezza del proprio essere, si appigliano al Soru o Cappellacci di turno affinché accolga le proprie istanze.

Io no.

Io dico ancora, come sostenni in un altro mio post, che questa classe politica si accorge solo ora che la Sardegna è in fiamme del bisogno di sovranità che ha questa terra, del bisogno che ha questa terra dei 10 miliardi o giù di lì della “vertenza entrate”, del bisogno che ha di una classe politica seria ed autorevole, del bisogno che ha questa terra di uscire fuori dallo schema clientelare del bipolarismo all’italiana. E questo dovrebbero sostenerlo sia gli indipendentisti che quelli che di indipendenza non vorrebbero nemmeno sentir parlare. Non parliamo di indipendenza allora, parliamo di termini meno forti: sovranità, autodeterminazione, responsabilità.

Anche quelli che indipendentisti non sono devono rendersi conto, magari anche egoisticamente, che abitano in Sardegna prima di tutto. Che questa terra ha bisogno della propria sovranità per far sì che episodi come la “vertenza entrate” non si ripetano. Perché se noi continuassimo a far incassare i nostri tributi all’Agenzia delle Entrate italiana, nella situazione in cui vaga adesso lo Stato italiano, continuerebbero  a non riconoscerceli  e quindi a non ridistribuirceli come da Articolo 8 dello Statuto. Perché se viene meno questo diritto  viene meno il diritto all’autodeterminazione. E questo riguarda anche i non indipendentisti, quelli che chiedono alla Sardegna di essere maggiormente artefice del proprio destino, di “gravare” meno sul loro Stato (come fossimo noi a “gravare” sullo Stato e non il contrario). Di prendersi le proprie responsabilità. Ben vengano le responsabilità, ben venga l’autoderminazione  e sia fatta la nostra sovranità.

Per tornare al Governatore che non governa,  Cappellacci credo abbia paura di Maninchedda e del Partito Sardo d’Azione, che in questi tre anni di Governo non ha mai fatto mancare i propri malumori, che adesso si sollevano sempre più (senza però staccargli la spina, mah!). E poco importa se recita la sua tragedia pseudo-indipendentista  proprio al ritorno dal vertice col Governo italiano in cui “ha aperto tavoli di trattativa con lo Stato”, se lo fa di ritorno dall’ennesimo trasporto a Roma dell’ennesima croce sarda. E’ solo un altro paradosso del Presidente Cappellacci.

Ma lo fa per rimanere in linea con la sua campagna elettorale e tornare a farci sorridere.

Mestamente, di gusto.


De Deximeputzu, Regioni de Casteddu, Sardigna

Restiamo sardi


venerdì 3 febbraio 2012

L’irrefrenabile caduta del Berlusconismo. Mauro Pili VS. Michela Murgia

V’era un tempo in cui Berlusconi e i suoi scagnozzi potevano permettersi di dire qualsiasi stronzata, fosse questa da megalomani o fosse questa paradossale, che faceva un po’ di rumore della durata di due giorni due e poi tutto si spegneva, cadendo per i più nel dimenticatoio. Per gli altri invece andava a riempire quel sacco di indignazione che era già pieno sin dal discorso “arretti unificate” della discesa in campo o tutt’al più dal “Contratto con gli italiani” dal suddito Vespa. Complici, oltre la disarmante creduloneria dell’italiano e del sardo medio, le armi di distrazione di massa: la tv trash firmata Mediaset ed Endemol, la stampa di proprietà diretta o indiretta del ducetto ex Premier o le telefonate a Putin di fronte agli operai di Portovesme. E allora vai con: ponti sullo stretto, ricostruzioni aquilane lampo, giudici comunisti, stampa comunista, arbitri comunisti, veline troie e comuniste, nipoti di dittatori anch’elle comuniste che, mascalzoncelle, si infilavano nel letto a sua insaputa, non dichiarando nemmeno l’età. E  complice ovviamente l’inesistente o non meglio identificata opposizione che non s’oppone.

Oggi no, oggi non è più così. Oggi qualsiasi cazzata di un qualsiasi figlioccio di Berlusconi non passa inosservata e va dato risalto (forse anche eccessivo) a tutto.  Cioè, la sinistra, o per meglio dire la pseudo-tale sta ancora zitta, mentre a parlare sono i giornalisti, che diciamo che nel corso degli anni hanno acquisito una credibilità maggiore dei politici, soprattutto di quelli di sinistra, complici del berlusconismo. Oppure ci sono degli scrittori che fanno anche i giornalisti e che si occupano di politica.

E’ di questi giorni il botta e risposta del deputato (?) Mauro “copia-incolla” Pili e l’autrice di “Accabadora” Michela Murgia.

Il fatto è questo: la Murgia ha osato definire Pili “statista al pecorino”, perché quest’ultimo se n’è uscito fuori con una stronzata (altro termine non userei) che per incominciare ad uscire dalla crisi serva il finanziamento alla ricerca su Marte, che definisce “un impegno importante per nuove frontiere di crescita e sviluppo". No, cosa ridete? E’ tutto vero. Sì, l’ha detto veramente. Quel Mauro Pili sulcitano è un politico a 360°, mica pizza e fichi. Ama spaziare dall’antico alla tecnologia. Sostiene infatti con forza la costruzione del Gasdotto Galsi e la metanizzazione dell’isola e continua a sostenere le politiche industriali fallimentari del “Piano di rinascita” degli anni ’60. Per chi non lo sapesse, il Galsi è un serpentone metallico che dovrebbe sventrare tutta la Sardegna da Porto Botte ad Olbia, toccando tutte le province sarde ad eccezione dell’Ogliastra. 272 km e tubi di 48 pollici per quanto riguarda il tratto a terra. Peccato che il Pili ometta, nei suoi discorsi, di dire che le riserve di metano sono stimate in 30 anni ancora e che dopo 30 anni tutto fa pensare che la condotta venga dismessa senza nessuna rimozione e conseguente bonifica ambientale. Peccato che Pili, per quanto riguarda l’industria sulcitana, ometta di dire che ALCOA è morta 2 anni fa, con un accordo della stessa multinazionale (di cui parlerò in seguito in un altro articolo) che già aveva deciso di andarsene. Cosa ha fatto lui per la sua Provincia in questi due anni? Ha cercato soluzioni concrete alla vertenza? Ha lottato affinché ALCOA, se proprio doveva andar via, formasse quegli stessi operai per la bonifica e la riqualificazione del territorio, evitando loro la perdita dello stipendio? O ha solo sparato facili frasi demagogiche? Beh, in questo caso difende a spada tratta l’industria pesante, antica già dalla nascita. Un politico a 360° quindi, che spazia dall’antico al tecnologicissimo.

Non alla sinistra, non all’opposizione né al PD ha dato fastidio questa sparata di Pili, ma Michela Murgia che su queste cose ci sguazza alla grande, essendo pungente quanto basta, ha scagliato una piccola pietrolina nel lago di insicurezza e di poca credibilità in cui annaspa il Pili ed ha scatenato uno tsunami.
L’ha definita “provincialissima pseudo scrittrice” e “censore senza titolo e senza arte”, dimenticando che le opere di Michela Murgia si possono trovare anche in Mozambico, probabilmente (ma forse lui i libri li tiene al contrario!). Siccome ancora sentiva di non annaspare troppo in quel lago, la definisce “saccente letterata soriana” . Beh, la prova inconfutabile della sorianità di Michela Murgia è che scriveva per Sardegna24 e che molto spesso tira fuori delle tematiche solo sarde, che quasi supera nella lotta il suo maestro Soru: bene, peccato che Michela si dichiari indipendentista e scriva cose indipendentiste, che proprio da Soru non derivano. O devo pensare che Pili non abbia mai letto nulla di Franciscu Sedda o di Bachisio Bandinu, ad esempio?

Quello  che fa scompisciare però è quando arriva a definirla “intrepida fumettista venuta dal Polo Nord”, scambiandola per il Fauno Banana di Intanto in  Viale Trento (http://www.facebook.com/intantoinvialetrento) che pubblica le sue vignette anche su Sardegna Quotidiano e che intervistai anche io un po’ di tempo fa (http://inlibertade.blogspot.com/2011/06/la-satira-di-intanto-in-viale-trento.html).

Se io fossi amico dell’On. Pili, mi verrebbe da dargli teneramente un po’ di pacche sulla spalla e dirgli “Oh Mauretto, anche questa volta hai detto una stronzata. E lo sai che tuo padrino non c’è più al Governo e che ogni stronzata non passa inosservata. Poi sesi ammigu della stampa isolana che ti pubblica tutto con i titoloni, figurarì se non se ne accorgono, i comunisti puresci!”

Tengo a precisare che sì, la ricerca va finanziata assolutamente perché in ogni campo della ricerca le scoperte possono poi trovare applicazione in altri ambiti. Ma prima di tutto non dovrebbero essere sponsorizzate dalla politica ma dagli stessi scienziati, che dovrebbero occuparsi in prima persona di portare alla luce quelle che sono le loro ricerche e gli obiettivi e cercare di attirare l’attenzione delle istituzioni competenti. In secondo luogo, se proprio devono essere promosse dalla politica, che siano promosse da gente autorevole, seria e competente. Direte voi: “Eh, mica facile”, e vi do assolutamente ragione. Ma che sia promossa da un figlioccio del frottolaio magico di Arcore che la ricerca l'ha ammazzata come poteva no, questo no.

E’ finito il tempo di dire qualsiasi castroneria e passare quasi inosservati, ci stiamo disabituando a queste cose.

 Berlusconi è morto, il berlusconismo sta morendo…ed anche Pili non si sente mica tanto bene.


martedì 20 dicembre 2011

Lettera a Babbo Natale

Caro Babbo Natale,
anche io ci tengo a scriverti la mia letterina.
Sin d’ora starai sbuffando per il troppo stress e già crederai di sapere quello che ti chiederò: un I-Phone 4S, una macchina nuova, un paio di jeans ed un maglione o un giubbotto nuovo oppure di farmi ricrescere i capelli. Invece no.
Vedi caro Babbo Natale, io sono disoccupato e come me tanti altri. Ma non è questa la novità: la novità è che a comandarci c’è chi sembra non occuparsi di questo. 


Chi ci comanda sembra privo di empatia, di lungimiranza, di sensibilità e sembra quindi che non sappia mettersi nei panni di chi bene non sta di certo e di chi guarda al proprio futuro senza molta speranza.
Prima a comandarci c’era una persona che credeva d’essere il padre di quel bambino che si dice che nasca lo stesso giorno in cui tu passi a portare i doni. Ma il padre di quel bambino si dice in giro che veda e provveda, che si accorga di chi sta male, che si accorga dei cambiamenti, da quelli climatici a quelli sociali. Invece questo signore qui non sembrava vedere oltre il proprio naso. Pensa, caro Babbo Natale, questo signore vedeva i ristoranti e gli aerei pieni e diceva che qui si vive bene. Lui sì vive bene, ma forse credeva che tutti come lui fossero nel regno dei cieli e di conseguenza credeva che tutti vivessero come lui. Si sbagliava di grosso, quindi credo proprio che non fosse il padre di quel bambino. Ed infatti l’hanno cambiato dopo molto tempo, anche se comunque è sempre molto presente nelle decisioni che riguardano tutti.
Ora al suo posto c’è un altro: pensa, caro Babbo Natale, che è stato accolto proprio come fu accolto quel bambino, come salvatore. Ma io mi chiedo ora: salvatore di chi?
Eh sì, perché questo signore sta salvando più che altro quelle cose che ci hanno messo in questa situazione. Mai sentito parlare delle banche, Babbo? Sì, proprio quelle. Noi tutti le aiutammo un po’ di anni fa. Per contro quelle cose oggi stanno distruggendo parecchie generazioni. Io propongo, se mi permetti, di riempirle di carbone perché hanno fatto da cattive!
Questo signore che c’è adesso pretende poi che chi ha lavorato una vita guadagnandosi una pensione ora si ritrovi costretto a lavorare altri anni, perché dice che altrimenti quelle cose continuerebbero a farci male.
E io allora mi chiedo: ma perché noi? Pensa, caro Babbo, che questo signore vuole che una persona che a malapena arriva a fine mese paghi quasi uguale a chi invece non ha problemi di soldi, se non quello di averne troppi. Tu da qui sei passato altre volte ma forse non sai che, complice anche quel signore che credeva d’essere il padre di quel bambino, adesso qui c’è il 10% della popolazione totale che detiene il 50% di tutta la ricchezza. Il restante 50% della ricchezza è diviso quindi nel restante 90% della popolazione. Mi sarei aspettato che questo signore arrivasse e, per salvare questo posto, pensasse come prima cosa ad una ridistribuzione della ricchezza, affinché i poverissimi diventassero almeno poveri e i poveri diventassero almeno mediamente poveri. E invece no, nulla, fino ad ora è rimasta solo una speranza.
E pensa, caro Babbo Natale, questi signori che ci comandano e che lavorano tanto male non vogliono nemmeno tagliarsi una piccola parte dei loro stipendi. Ma come si può? Io so, anche se non ne sono sicuro, che ci sono dei posti in cui si lavora un minimo di 8 ore al giorno, svolgendo lavori pesanti, dove questi lavoratori prendono forse un trentesimo di quello che prendono questi signori che ci comandano ed anche se lavorano bene, al meglio delle aspettative, rischiano comunque che il loro stipendio venga diminuito o rischiano addirittura il licenziamento. Un signore, anche se per motivi assolutamente diversi, tempo fa diceva “Ditemi voi se questo è un uomo..”
Queste persone hanno un sacco di agevolazioni e rimborsi che le persone come noi non hanno. Pensa, caro Babbo Natale, che se noi non riusciamo a pagare un bollettino perché altrimenti rischiamo di non dar da mangiare ai nostri figli, possiamo pure perdere la casa, che ad un certo punto ci viene pure sottratta con la forza, senza che nemmeno ad altri poveri come noi, che vorrebbero essere solidali, venga data la possibilità di difendere chi sta perdendo la casa per pochi spiccioli.
Ecco caro Babbo Natale, avrei altre cose da dirti, ma non sono egoista come questi signori e quindi non ti chiedo nemmeno di risolvere questi problemi. 


Però una cosa te la vorrei chiedere:

per questo Natale dona a tutte queste persone che stanno male, a tutte le persone che credono di non farcela più, che hanno perso il sorriso e la speranza la forza per non buttarsi giù, la forza di non chinare la testa e tanto meno di farlo per sempre, dona ancora a queste persone la forza di rialzarla quella testa e di voler sorridere ancora. Perché queste persone, caro Babbo Natale, se lo meritano.


Ti ringrazio anticipatamente.

Enrico


venerdì 29 luglio 2011

Turista Fai-da-te?

Ho avuto occasione,  per via del lavoro, di verificare l’inefficienza dei collegamenti sardi, delle strade della Sardegna. Da quando ero piccolo piccolo non andavo al nord, ad Olbia, ad esempio. In 7 giorni ho fatto: Cagliari, Quartu, Carloforte, S. Antioco, Carbonia, Iglesias, Oristano, Ghilarza, Ozieri, Nuoro, Tortolì, Dorgali, Tempio, Olbia, Sassari, Siniscola, Porto Torres, Alghero e forse  dimentico qualche città. Insomma, un bel po’ di chilometri in giro per le strade sarde.

Visto e confermato il potenziale turistico della Sardegna, dato dai paesaggi incontaminati, dall’aria buona, dalle persone quasi sempre disponibili, dalla storia e dall’archeologia esclusivamente sarda come ad esempio i nuraghe mi chiedo: ma dove vogliamo andare?
Alla luce dello scippo dei trasporti marittimi da parte dell’accoppiata massonica Governo Berlusconi – Cin, mi chiedo dove andrà a finire la nostra terra e il nostro potenziale turistico e mi chiedo inoltre cosa vogliamo fare di noi.
Ma la colpa non è solo di soprusi e accordi massonici che dovremmo combattere con forza noi e la nostra classe politica irrilevante, se non inesistente. Mi viene in mente una scena: Berlusconi che firma sorridente per l’accordo con i rappresentanti della Cin, dicendosi mentalmente “Tanto quel coglione di Ugo Cappellazzi non avrà nulla da dire, come sempre”.
A parte questo, un’altra considerazione: ma le strade? I collegamenti tra un posto e l’altro?
Immagino un turista che viene qui per rilassarsi e godersi la tanto agognata Sardegna per una settimana o due: che provi ad andare da Tortolì a Baunei o Dorgali, che si goda il paesaggio e il viaggio lungo l’Orientale Sarda. Curve a gomito, stile Formula 1 con sotto strapiombi di decine, se non centinaia di metri. Si consiglia di non percorrere la suddetta strada dopo pranzo o dopo cena, tantomeno se si è bevuto qualche bicchiere di vino. Ed infatti l’Orientale Sarda è piena di croci.
La Strada Statale 131? L’arteria principale della Sardegna? Interminabili lavori, illuminazione scadentissima, decoro stradale inesistente, manto per lunghi tratti pericolosissimo, indicazioni approssimative.
Ne cito solo due per non rendere questo post troppo prolisso e per arrivare al dunque: ripeto, dove vogliamo andare?
La Sardegna ed il comparto agro-pastorale soffrono una crisi mai vista, con circa due aziende al giorno che chiudono i battenti e i sardi cosa fanno? Vanno a chiedere l’elemosina sotto la Regione, prendendo manganellate e lacrimogeni senza poi ottenere nulla. Un po’ di lungimiranza no, eh? Investire su ciò che abbiamo, pretendere trasporti e collegamenti migliori, vigilare noi per primi su quelli che sono i procedimenti per gli interventi sulle strade, incazzarci pure quando come succede sulla 131 i lavori durano un’eternità sono solo alcuni dei passi che dovremmo fare tutti insieme, uniti per il bene collettivo. Invece si pensa sempre al proprio orticello e che non venga toccato da nessuno. Non c’è bisogno di essere dei geni per arrivare a pensare che un vero sviluppo del turismo porterebbe benefici anche al comparto agro-pastorale in termini di valorizzazione dei prodotti locali, trasformazione delle grandi case in agriturismo, visite guidate alle aziende ortofrutticole e quelle della pastorizia. Sono solo alcuni esempi, questi.
La Sardegna può vivere di cultura e turismo, ha tutto il potenziale che noi non sfruttiamo. Mettetevi un attimo nei panni di un turista che viene qui: arrivate in nave con almeno 700 euro di spesa. L’agriturismo in cui alloggiate è privo dei più basilari comfort. Uscite per andare in spiaggia a 30 chilometri dal vostro alloggio e ci vogliono almeno ¾ d’ora. In spiaggia sdraio e ombrellone vi costano almeno 18 euro. E’ turismo, questo? E’ rilassarsi e godersi le sudate ferie? Credo proprio di no, e sa cruppa esti sa nosta.
Puoi farlo una volta, ma la seconda volta il pensiero va ad altri lidi più praticabili.
Vi lascio sperando di non avervi annoiato e sperando che qualche turista che aveva in mente di venire in Sardegna non legga questo post.